Descrizione
«Fu una mattina d’estate, nel 1908: lavorava lassù, tra i colli Mannella e Abbadessa, presso un torrentello e frugava la terra come un cane da tartufi; e ficcava la zappetta fino sotto le radici degli alberi, quando arrestatosi per asciugarsi il sudore, l’occhio gli corse poco più avanti: in una specie d’intercapedine tra due muretti, ben coperte da foglie morte e terriccio, scorse una quantità di tavolette votive che emergevano in confuso acervo. Corse là, esaminò qualche frammento (erano tutte spezzate). Capì che si trattava di una scoperta grossa e non esitò a credere di trovarsi nel sacrario del tempio di Persèfone, oggetto della sua segreta ricerca! Gli caddero gli occhiali dal naso per l’emozione, e corse giù a Locri, ma non sapeva a chi gridare éureka». Aveva scoperto uno dei sacrari più venerati del mondo trovando migliaia di pìnakes. Tratto da “Paolo Orsi nella sua Locri” di Carlo Belli
Un pinax, al plurale pìnakes, è, nell’uso dell’archeologia moderna, una tavoletta votiva in legno dipinto o un bassorilievo in terracotta, marmo o bronzo generalmente appeso sulle pareti dei santuari o sugli alberi sacri nell’antica Grecia. Originariamente il termine indicava genericamente una tavola o quadretto dalla superficie piatta, in particolare una Tavoletta cerata usata per scrivere. Per estensione il termine è andato ad indicare le immagini votive appese nei santuari.
I pinakes furono, nel mondo artistico di cultura greca, ideati e prodotti generalmente per la devozione alle divinità; nella maggior parte sono d’ottima fattura artistica ed animata raffigurazione, originariamente anche abbellita da colori vivaci di cui restano solo poche tracce su alcuni quadretti. In particolare a causa della deperibilità del materiale, i pinakes dipinti su tavoletta in legno ritrovati hanno generalmente perso praticamente ogni traccia delle loro immagini.
I pinakes sagomati in terracotta erano prodotti in serie usando forme e venivano dipinti in colori brillanti. Quelli in marmo erano incisi individualmente, mentre quelli in bronzo era fusi usando la tecnica della cera persa.
Sono sopravvissuti anche alcuni esempi in oro risalenti al VII secolo a.C. realizzati sull’isola di Rodi in stile dedalico e rappresentanti divinità, in particolar modo Artemide. Spesso avevano due fori per far passare una corda con cui sospenderli. Sulle pitture dei vasi sono rappresentati appesi ai muri del tempo o sospesi sugli alberi nell’area del santuario. L’architetto romano Vitruvio menziona i pinakes nelle celle dei templi e anche in possesso di privati. Queste collezioni erano definite pinacotheca, da cui mediante il latino pinacoteca deriva l’italiano pinacoteca per definire una galleria o museo in cui sono esposti quadri.
Un pinax ritrovato ad Atene risalente a circa il 500 d.C. che mostra una cerimonia funebre.
In Magna Grecia furono prodotti tra il 490 e il 450 a.C. principalmente nelle poleis di Locri Epizefiri, Medma e Hipponion. Altri pinakes sono stati ritrovati in Sicilia, presso Francavilla di Sicilia.
Molte delle raffigurazioni in bassorilievo pervenute riguardano la devozione a Persefone, la dea rapita dal dio dell’oltretomba Ade, il quale la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla. Un considerevole numero di esemplari di pinakes è custodito presso il Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria dove in circa centosettanta modi diversi sono rappresentati i vari momenti del mito: il ratto di Persefone, i preparativi per le nozze, i due sposi in trono, la raccolta della frutta, etc.
Dall’analisi del materiale trovato, si desume che per poter soddisfare la grande richiesta di questo tipo d’offerte votive, i quadretti venivano prodotti in serie, utilizzando matrici. Tutte le offerte divenute numerose ed ingombranti, dopo essere state ridotte in pezzi venivano accantonate in fosse di deposito nelle adiacenze del santuario dagli addetti al culto, che attuavano un rito tradizionale consacrandole alla divinità e impedendone il riutilizzo, altrimenti sacrilego. Per questo motivo nessuno dei pinakes ritrovati oggi è integro, ma al più riassemblato. Tratto da: I Pinakes di Locri Epizefiri – di Roberta Schenal Pileggi – Laruffa Editore
Periodo dell’originale: 500 – 450 a.C. (circa)
Materiale: fusione/argilla
Colore: Disponibile nelle varianti Classico terracotta – Argilla Bianca – Patinatura oro – Patinatura argento – Patinatura bronzo. Su richiesta si possono realizzare colori/patinature personalizzati da specificare al momento dell’ordine nelle note.
Dimensioni: 17×19 cm (6,69 pollici x 7,48 pollici)
Spessore: da 1 a 2 cm (0,39/0,78 pollici)
Ogni opera ha la sua storia, i dettagli sono differenti, così come i difetti o la colorazione che caratterizzano il prodotto rendendolo unico, le piccole imperfezioni sono indice di una lavorazione artigianale della terracotta cosi come la tradizione tramanda da secoli.








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